Durante le vacanze di fine anno ho scoperto il podcast "How I Write" e ho ascoltato la puntata in cui Sam Altman, founder di OpenAI, ha raccontato di preferire i taccuini a spirale per prendere appunti a mano, riempiendoli rapidamente e strappando le pagine per riorganizzare le idee, un’abitudine così intensa da consumarne uno ogni due-tre settimane secondo diversi profili dedicati al suo metodo di lavoro.
Potrebbe sembrare un dettaglio secondario, soprattutto se associato a una delle aziende che più di tutte rappresentano l’intelligenza artificiale. Eppure, è proprio da qui che vale la pena partire.
Nel 2026 siamo immersi in un lavoro sempre più digitale, continuo, monitorabile. Scrivere a mano va nella direzione opposta: richiede tempo, non è immediato, non nasce per essere condiviso. Serve a chi scrive, prima ancora che a chi legge. È un gesto che non accelera il lavoro, ma aiuta a dargli direzione. È una convinzione che mi accompagna da molto tempo.
Sono da sempre una sostenitrice del taccuino, della scrittura a mano, degli appunti che si accumulano pagina dopo pagina. (Con una nota personale: sì, sono anche una consumatrice seriale di stationery.) Non per nostalgia, ma perché funziona.
Dal punto di vista cognitivo, scrivere a mano attiva un processo diverso.
Il cervello non si limita a registrare informazioni: rallenta, seleziona, collega. Il gesto manuale coinvolge più aree contemporaneamente, motorie, visive, linguistiche, e favorisce una rielaborazione più profonda di ciò che stiamo pensando. Non stiamo semplicemente prendendo nota: stiamo costruendo senso.
Non sorprende allora che questo gesto sopravviva anche nei contesti tecnologicamente più avanzati.
Perché esistono momenti, sempre più frequenti, in cui il problema non è fare più in fretta, ma capire meglio.
Questo vale anche, e forse soprattutto, per il mondo HR.
L’intelligenza artificiale è già parte dei processi: selezione, sviluppo, valutazione, supporto alle decisioni. È uno strumento potente e, come tutti gli strumenti potenti, richiede scelte consapevoli. Non tanto sull’adozione, quanto sull’uso. Su cosa affidare ai sistemi automatici e su cosa, invece, continuare a tenere nel perimetro della relazione umana.
Il rischio non è tecnologico. È organizzativo: creare contesti in cui tutto scorre, tutto è misurato, ma manca lo spazio per fermarsi a leggere davvero quello che sta succedendo.
Per le funzioni HR questo apre domande molto concrete:
dove, nel lavoro quotidiano, c’è ancora tempo per pensare senza dover produrre subito un output?
quali decisioni hanno bisogno di confronto e dialogo, non solo di suggerimenti?
come si costruiscono spazi di riflessione in organizzazioni sempre più veloci?
Scrivere a mano, in questo senso, non è un simbolo romantico.
È un promemoria pratico: anche nel lavoro più avanzato, alcune cose non si accelerano senza perdere qualità.
Forse il compito di HR oggi è anche questo: non solo introdurre strumenti intelligenti, ma difendere tempi e spazi in cui le persone possano pensare e immaginare il futuro, anche del lavoro.
Se non l’hai ancora fatto e ami esplorare il cambiamento con curiosità e mente aperta, la nostra newsletter THE JOURNEY fa al caso tuo. Sali a bordo e inizia il viaggio con noi! -> https://mailchi.mp/smartive/thejourney
IIlustrazione di Monika Dattner

