Il Data Privacy Day che viene celebrato oggi a livello europeo ci ricorda ogni anno l’importanza di proteggere i dati personali. Ma se ci fermiamo alla compliance, rischiamo di perdere il punto.
Perché la privacy non è solo una questione di sistemi informativi, policy o adempimenti normativi.
È, prima di tutto, una questione di persone.
Per chi lavora nell’area People & Culture, i dati non sono mai neutrali.
Ogni informazione raccolta racconta qualcosa di una persona: competenze, comportamenti, potenziale, fragilità, aspirazioni.
Quando parliamo di dati, parliamo di fiducia.
Della fiducia che le persone ripongono nelle organizzazioni e nel modo in cui le informazioni che le riguardano vengono raccolte, interpretate, utilizzate e, non da ultimo, protette.
La fiducia non nasce automaticamente.
Si costruisce attraverso scelte consapevoli, quotidiane, spesso invisibili.
L’uso crescente di strumenti people analytics e di soluzioni basate su IA amplifica enormemente il potenziale dei dati.
Ma amplifica anche la responsabilità di chi li utilizza.
Non basta chiedersi cosa possiamo misurare.
Serve chiedersi perché stiamo raccogliendo quei dati, quali decisioni guideranno, quali impatti avranno sulle persone e come verranno letti nel contesto culturale dell’organizzazione.
Il valore dei dati non sta nei numeri in sé.
Sta nella cultura con cui vengono gestiti.
È in questo scenario che il principio di privacy-by-design diventa centrale.
Non come vincolo da rispettare a valle, ma come postura progettuale: un modo di pensare e progettare che integra la tutela delle persone fin dall’inizio. Nella progettazione dei processi, nella scelta degli strumenti, nella definizione delle metriche, nel modo in cui i dati vengono restituiti e raccontati.
Un approccio che sposta la domanda da “siamo compliant?” a “stiamo agendo in modo responsabile?”.
Promuovere una cultura della responsabilità non significa solo implementare policy.
Significa educare le persone, HR, manager, team, alle migliori pratiche nella gestione dei dati.
Sensibilizzare e formare vuol dire rendere chiaro cosa è opportuno misurare e cosa no, sviluppare senso critico nell’interpretazione dei dati, allenare l’attenzione agli effetti collaterali delle decisioni data-driven e costruire un linguaggio comune sulla privacy come valore condiviso.
È da questa prospettiva che in Smartive lavoriamo ogni giorno con organizzazioni che vogliono usare i dati per crescere, non per controllare.
Nelle nostre sessioni e nelle mappature accompagniamo le aziende a leggere i dati con consapevolezza, a integrarli nei processi decisionali con responsabilità e a mantenere sempre al centro il rispetto delle persone.
Per noi, la privacy è una condizione abilitante dell’innovazione, capace di costruire fiducia, sostenibilità e valore nel tempo.

